Cultura

tavolo cultura

 

 

Il tavolo “cultura” dell’iniziativa GDay: il futuro si guarda negli occhi, tenutasi a Turate lo scorso 7 novembre, ha provveduto a selezionare nel mare magnum dei possibili argomenti il fenomeno della lettura. Un legame evidente con la letteratura sul tema è richiamato fin dal titolo del tavolo di lavoro che riecheggia un recente volume di Giovanni Solimine, “L’Italia che legge” pubblicato presso Laterza nel 2010. Sia nell’opera del professore di biblioteconomia sia nella discussione del 7 novembre si constata la solidità e la permanenza di una situazione grave. È notorio che gli italiani non sono un popolo di lettori. Ciò è evidente non soltanto dalle consuete indagini Istat, dai Rapporti sullo stato dell’editoria in Italia elaborati dall’Associazione italiana editori (AIE), dalle varie attività di promozione della lettura dislocate sul territorio nazionale; ma anche dall’esistenza di mentalità e di retaggi radicati che sembrano determinare una condizione di sfavore per il mondo della cultura scritta. Nell’immaginario collettivo è presente una rappresentazione del lettore di entrambi i generi come essere fuori dalla norma, un diverso che si dedica ad un’attività della quale non si comprende bene l’utilità. D’altronde non bisogna dimenticare che il rapporto delle masse con il mondo delle lettere è relativamente recente e che per di più in Italia scontiamo una situazione secolare di separazione tra cultura alta e cultura bassa, tra intellettuali e popolo. In sostanza le forme di cultura egemone dialogano con quelle subalterne da pochissimo tempo con tutti i limiti di una conversazione appena avviata. Infine, una conferma maggiore di un approccio ingenuo alla questione della lettura si trova nella denominazione dell’istituzione  deputata alla sua promozione, il Ministero dei beni e delle attività culturali. Emerge, infatti, una visione della cultura atomizzata in molteplici “beni”; il rischio che si corre è di alimentare un’idea della relazione con il cosmo della cultura equivalente al cosmo delle merci nella quale il bene esiste in quanto oggetto da consumare.

Insomma, impostazioni e atteggiamenti duraturi, storicamente determinati sottolineano la gravità dello stato presente della lettura in Italia. Così si finisce anche per ripulire il discorso da un pregiudizio ricorrente: il fatto che il piccolo spazio che il libro occupa nella vita degli italiani costituisca un’emergenza nazionale. Nulla di più sbagliato. Tanto che le rilevazioni statistiche e numerosi studi sulla storia del libro in Italia, sul ruolo della cultura letteraria e scientifica e sulla funzione del ceto colto oltreché sui processi di alfabetizzazione e di accesso per le masse alla lingua italiana sono lì a dimostrarlo. In realtà, di fronte alla debolezza congenita delle attività di lettura la politica non può intervenire direttamente perché non è certo possibile costringere le persone a leggere. La relazione dell’individuo col libro si costruisce nel tempo ed ha una grande dose di iniziativa privata. Tuttavia è anche vero che tale rapporto nasce anche attraverso fattori, per così dire, esterni come il nucleo familiare (si evidenzia spesso l’importanza che possiede la presenza di libri nelle abitazioni private), la scuola (si pensi alle biblioteche scolastiche sulle quali bisognerebbe riflettere di più), le biblioteche pubbliche e il mercato librario. Assieme al pulviscolo di conferenze, rassegne, presentazioni di libri disseminate lungo tutta la penisola e in forte aumento. Si diceva che la politica non può intervenire direttamente; può però farlo indirettamente, creando cioè le condizioni che permettano sia la conservazione del patrimonio librario sia il suo accesso. La Lombardia, ad esempio, è da questo punto di vista un caso esemplare dopo la formazione del sistema bibliotecario e il riconoscimento della funzione di servizio della biblioteca e dell’importanza della moltiplicazione delle infrastrutture sul territorio regionale. La legislazione dovrebbe definire una volta per tutte le competenze rispettive, stabilire i compiti specifici e non frammentarli in strutture che sovrappongano e confondano ruoli e scopi. Infine, sarebbe necessaria una legge quadro nazionale che elabori norme feconde per la promozione della lettura e per uniformare le capacità di conservazione e di apertura al pubblico del patrimonio che, attualmente, mantengono caratteristiche differenti a seconda delle regioni d’Italia. Con la conseguenza che alcune di esse adoperano meglio di altre le loro risorse finanziarie. Non si dimentichi mai che tale distonia finisce per riflettersi sulle competenze alfabetiche degli italiani perché è profonda e inseparabile la connessione tra le variabili sulle quali la politica può agire e gli elementi culturali che al contempo ne sono conseguenza e causa.

Giuseppe Emilcare

2015 Giovani Democratici della Provincia di Como